03Giugno

Risarcimento del Danno da “FERMO TECNICO”.

Danno da fermo tecnico: possibile quantificazione equitativa del danno anche in assenza di prova specifica.

Cos’è il danno da fermo tecnico dell’auto a causa di un sinistro stradale? Ecco la definizione.

Il danno da fermo tecnico può essere definito come il danno economico subìto dal proprietario del veicolo (auto, camion, moto o altro mezzo) per l’indisponibilità durante il periodo necessario alla sua riparazione, ovvero per la forzata inutilizzabilità.
La quantificazione del risarcimento da fermo tecnico può variare, appunto, in base all’entità del danno all’auto che incide direttamente sui tempi tecnici per la riparazione.
Queste spese sono legate al fatto che il proprietario del veicolo, durante il fermo tecnico obbligato, non sfrutta appieno le spese sostenute per la gestione dell’auto (es. tassa di possesso, premio assicurazione, etc…).

A queste spese potranno sommarsi dei costi ulteriori, dovuti ad esempio al noleggio di un veicolo sostitutivo (soprattutto se necessario per la propria attività lavorativa), all'uso di mezzi pubblici o (sporadicamente) del taxi.

Calcolo del risarcimento del danno da fermo tecnico

La quantificazione del danno da fermo tecnico è stata spesso motivo di dibattito in sede di richiesta di risarcimento danni da sinistro stradale, con riguardo – soprattutto – alla sua prova in sede stragiudiziale e giudiziale.
Proprio con riguardo alla quantificazione e all'attestazione del danno per la sosta obbligatoria, alcune pronunce della Cassazione hanno ritenuto necessario un’esplicita prova in merito alla necessità del proprietario dell’auto di servirsi del mezzo durante la sua riparazione e all’impossibilità di procurarsi un mezzo alternativo senza alcun costo.

Altre sentenze, invece, hanno ritenuto possibile un risarcimento del danno da fermo tecnico in via equitativa.

Danno da fermo tecnico: la prova in via equitativa o in concreto?

Per un periodo si è visto affermarsi presso la Corte di legittimità l'orientamento (vedi Cassazione. civile, sez. III, Sentenza n. 6907 del 2012) che riteneva possibile "la liquidazione equitativa del danno (da fermo tecnico, ndr) anche in assenza di prova specifica, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato. L’autoveicolo è, difatti, anche durante la sosta forzata, fonte di spesa (tassa di circolazione, premio di assicurazione) comunque sopportata dal proprietario, ed è altresì soggetto a un naturale deprezzamento di valore (Cassazione. 9 novembre 2006, n. 23916; Cassazione, 27 gennaio 2010, n. 1688).”

Tuttavia più recentemente la Corte ha avuto modo di statuire che "il danno da fermo tecnico di veicolo incidentato deve essere allegato e dimostrato e la relativa prova non può avere ad oggetto la mera indisponibilità del veicolo, ma deve sostanziarsi nella dimostrazione o della spesa sostenuta per procacciarsi un mezzo sostitutivo, ovvero della perdita subita per la rinuncia forzata ai proventi ricavabili dall'uso del mezzo" (sentenza n. 20620 del 14/10/2015 richiamata da sentenza n. 9651 del 11/05/2016); il danno da fermo tecnico non è risarcibile neanche in via euitativa ove la parte non abbia provato di aver sostenuto di oneri e spese per procurarsi un veicolo sostitutivo, nè abbia fornito elementi (quali i costi assicurativi o la tassa di circolazione) idonei a determinare la misura del pregiudizio subito  (ordinanza n. 15089 del 17/07/2015)

Avv. Giuseppe Maniglia - Risarcimento del danno da "Fermo Tecnico"

Collegamenti esterni: Corte di Cassazione, sentenza 9651/2016.

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30Aprile

Il convivente more uxorio non può essere estromesso dalla casa familiare dal partner (anche se proprietario dell’immobile) senza un termine congruo di preavviso. Cassazione civile n. 7214 del 21.03.2013

Convivenza more uxorio - diritti del convivente - diritto abitazione casa familiare - possesso/detenzione casa familiare

La famiglia di fatto è compresa tra le formazioni sociali che la Costituzione (art. 2) considera la sede di svolgimento della personalità individuale. Il convivente more uxorio gode della casa familiare per soddisfare sia un interesse proprio, che della coppia, si da assumere i connotati tipici della detenzione qualificata fondata su un negozio giuridico di tipo familiare.

DIRITTO DEL CONVIVENTE MORE UXORIO ALLA CASA FAMILIARE
Ne consegue che il convivente more uxorio ha diritto alla tutela possessoria sull’abitazione dove si svolge la vita familiare comune.
L'estromissione violenta o clandestina del convivente more uxorio dalla casa familiare, compiuta dal partner (anche se proprietario dell’immobile), giustifica il ricorso alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l'azione di spoglio nei confronti dell'altro.

ULTERIORI DIRITTI DEL CONVIVENTE MORE UXORIO
Già con diverse sentenze la Cassazione aveva avuto modo di affermare che la convivenza more uxorio è fonte di diritti/doveri morali e sociali per ciascun convivente nei confronti dell'altro.
Si noti, ad esempio, “il riconoscere il diritto del convivente al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale per la morte del compagno o della compagna provocata da un terzo” e il fatto di “dare rilevanza alla convivenza intrapresa dal coniuge separato o divorziato ai fini dell'assegno di mantenimento o di quello di divorzio”.


D'altra parte, continua la Cassazione, "l'assenza di un giudice della dissoluzione del menage non consente al convivente proprietario di ricorrere alle vie di fatto per estromettere l'altro dall'abitazione, perchè il canone della buona fede e della correttezza, dettato a protezione dei soggetti più esposti e delle situazioni di affidamento, impone al legittimo titolare che, cessata l'affectio, intenda recuperare, com'è suo diritto, l'esclusiva disponibilità dell'immobile, di avvisare il partner e di concedergli un termine congruo per reperire altra sistemazione."

Avv. Giuseppe Maniglia

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18Marzo

L’assenza ingiustificata per alcune ore dal posto di lavoro non può essere causa di licenziamento disciplinare.

Assenza ingiustificata dal lavoro e licenziamento: la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi con la sentenza n. 3179 del 2013

ASSENZA INGIUSTIFICATA DAL LAVORO: PUO' AVERE COME CONSEGUENZA IL LICENZIAMENTO? COSA COMPORTA?

Il caso affrontato dalla Corte di Cassazione riguarda un lavoratore che si era assentato dal lavoro. Lo stesso aveva, infatti, “chiesto un permesso per recarsi presso l'ufficio infortuni della direzione generale dell'Azienda ubicato in luogo diverso e distante da quello presso il quale egli prestava servizio;  ad un successivo controllo era emerso che il lavoratore non si era mai recato presso l'ufficio infortuni e che, pertanto si era allontanato dal posto di lavoro adducendo una giustificazione rivelatasi infondata.”
In primo grado la sentenza dava ragione al datore di lavoro, ritenendo legittimo il licenziamento disciplinare, essendosi il lavoratore allontanato dal posto di lavoro senza giustificato motivo.

ASSENZA INGIUSTIFICATA DAL LAVORO E LICENZIAMENTO: VIOLAZIONE DEL PRINCIPIO DI PROPORZIONALITA'

Il lavoratore, tuttavia, ricorreva in appello.
La Corte di appello, in riforma della sentenza di primo grado, dava ragione al lavoratore e riteneva il licenziamento disciplinare illegittimo.
A dire della Corte, il licenziamento era stato illegittimo perché “ha ritenuto sussistere la violazione del principio di proporzionalità anche alla luce del codice disciplinare”, il quale ”prevedeva il licenziamento solo per assenze ingiustificate di durata superiore a cinque giorni consecutivi”.

La Corte ha, pertanto, “ritenuto sussistere la violazione del principio di proporzionalità anche alla luce del codice disciplinare [...] ha affermato, infatti che dall'istruttoria era emerso che […] tale mancanza non integrava un inadempimento di gravità tale da giustificare il licenziamento considerata l'oggettiva entità della durata della mancata prestazione lavorativa e della connessa assenza ingiustificata dal posto di lavoro, la mancanza nella lettera di contestazione dell'indicazione di concreti elementi atti a connotare la condotta del dipendente in termini fraudolenti, la posizione lavorativa del G. (lavoratore, ndr) che non risultava adibito a mansioni che richiedessero un particolare grado di affidamento e fiducia essendo un impiegato di sesto livello, il fatto che l'ingiustificata assenza dal posto di lavoro non aveva potuto cagionare disagi o disfunzioni nell'ambito dell'organizzazione aziendale atteso che essa era stata preventivamente autorizzata dal superiore.”

ASSENZA INGIUSTIFICATA DAL LAVORO E CONSEGUENZE: L'ASSENZA PER POCHE ORE RENDE ILLEGITTIMO IL LICENZIAMENTO

La Corte di Cassazione, a seguito di ricorso del datore di lavoro, con sentenza dell’11 febbraio 2013 n. 3179, confermava la decisione della Corte di appello, ritenendo illegittimo il licenziamento disciplinare per essersi (il lavoratore) allontanato dal posto di lavoro per poche ore.

Avv. Giuseppe Maniglia

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06Febbraio

Condominio e ripartizione spese per l’ascensore: devono o no essere pagate anche dall’inquilino del piano terra?

Ripartizione spese ascensore | Abitate al primo piano del condominio? Ecco quando non devono essere pagate le spese dell'ascensore.

RIPARTIZIONE SPESE ASCENSORE CONDOMINIALE - PIANO TERRA

Spesso i condomini si chiedono quale siano i criteri di ripartizione delle spese per le parti comuni di un condominio (es. ascensore). In particolare sorge il dubbio se gli inquilini o i proprietari dell'appartamento al piano terra devono affrontare le spese di manutenzione dell’ascensore, nonostante non venga da loro usato.

MANUTENZIONE ORDINARIA O STRAORDINARIA?

A giudizio della giurisprudenza le spese per la manutenzione ordinaria dell’ascensore non devono essere addebitate al proprietario o all’inquilino che abita al piano terra.
La ripartizione delle spese straordinarie dell’ascensore, invece, deve essere affrontata tra tutti i condomini, indipendentemente dall’uso che se ne fa e, quindi, anche da chi abita al piano terra.

 

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CRITERI DI DISTRIBUZIONE DELLE SPESE DEL CONDOMINIO: LA QUESTIONE CONCRETA.

La vicenda prende le mosse da un decreto ingiuntivo emesso nei confronti di un condomino proprietario di un appartamento al piano terra per il pagamento delle spese di manutenzione dell’ascensore. Il condomino si era opposto al pagamento, appunto, poiché riteneva di non dover contribuire al pagamento delle spese di manutenzione dell’ascensore poiché egli non lo usava abitando al piano terra.

Il Giudice di Pace di Catania, con  sentenza 21 dicembre 2005, accoglieva le ragioni del condomino, affermando che si trattava di spese fatte per “supplire al normale logorio dell’ascensore e migliorarne il godimento, come tali non qualificabili spese straordinarie” e quindi non imputabili a  chi non ne faceva uso, ovvero chi abitava al piano terra.
Il condominio proponeva ricorso per Cassazione.
La Suprema Corte, pur non pronunciandosi nel merito della questione inerente all’imputabilità e ripartizione delle spese ordinarie dell’ascensore all’inquilino che abita al piano terra, respingeva il ricorso.

Confermava, così, la sentenza del Giudice di Pace nella parte in cui stabiliva che il proprietario o l’inquilino dell’appartamento al piano terra non deve pagare le spese per l’ascensore (Cass. sentenza n. 15638 del 2012).
Condominio - spese parti comuni - ripartizione spese ascensore - abitazione piano terra.

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29Dicembre

Sinistro stradale causato da una buca sulla strada: niente risarcimento del danno se il conducente procedeva ad una velocità superiore al limite.

Buca sulla strada e risarcimento. Corte di cassazione - Sezione VI - Ordinanza 20 giugno 2012 n. 10220

Risarcimento buca in autostrada

INSIDIA E TRABOCCHETTO IN AUTOSTRADA: LA POSIZIONE DELLA GIURISPRUDENZA

Il risarcimento del danno può essere negato quando il conducente del veicolo supera il limite di velocità imposto. E' quanto affermato in tema di insidia e trabocchetto dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso proposto da un automobilista avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma.
Quest’ultima aveva respinto la richiesta di risarcimento danni contro l’Anas a seguito di un sinistro stradale, causato da una insidia stradale, ovvero una c.d. "insidia trabocchetto" (nella specie si trattava di una grossa buca in autostrada).

Dalla dinamica dei fatti era emerso che l’automobilista, mentre percorreva un tratto autostradale, incappava in una grossa buca non segnalata. L'automobile usciva di strada, urtando il guard rail sia a destra che a sinistra, riportando dei danni. Il conducente si lamentava anche del fatto che il limite di velocità imposto sul tratto di strada oggetto del sinistro non era stato correttamente segnalato.

Tuttavia, secondo il giudizio della Corte territoriale, condiviso dai Giudici della Cassazione (ordinanza n. 10220/2012), l’incidente doveva essere ascritto alla responsabilità esclusiva dell’automobilista che procedeva a velocità eccessiva rispetto allo stato dei luoghi. In tal modo realizzando una condotta imprudente.

Affermava, in proposito, che la velocità deve essere in ogni caso adeguata allo stato dei luoghi, anche a prescindere dalle specifiche indicazioni stradali.

Alla luce delle superiori considerazioni, prima  di procedere ad una richiesta di risarcimento danni causati da una buca stradale, occorre valutare attentamente la dinamica dell'incidente/sinistro, onde evitare che la richiesta di risarcimento venga respinta.

Un'accurata analisi preliminare potrebbe permettere, ad esempio, una raccolta di prove idonea a "smontare" l'eccezione sollevata da controparte.

Scarica l'ordinanza:Cassazione ord. 10220/2012 - Buca in autostrada

 

Avv. Giuseppe Maniglia 

Per info e contatti: legalemaniglia@gmail.com

 

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