Diritto Civile

20Dicembre

Risarcimento danni infezioni ospedaliere post operatorie

Recente pronuncia della Corte di appello di Palermo per sepsi da infezione nosocomiale da Acinetobacter Baumani-klebsiella-Stafilococco

Responsabilità medica nelle infezioni ospedaliere - Sepsi da Klebsiella, Stafilococco aure, Acinetobacter Baumani.

 

Interessante sentenza della Corte di Appello di Palermo (pubblicata il 27/10/2021) in un caso di risarcimento danni per malasanità (morte da infezione ospedaliera batterica post operatoria).

La paziente in questione era deceduta a seguito di una infezione ospedaliera post intervento cardiochirurgico.

In effetti nel caso di specie era emerso che la paziente era stata sottoposta ad un intervento cardiochirugico di By-pass e che durante il decorso post operatorio, dapprima favorevole, era risultata una infezione da batterio.

Non risultava prospettata la possibilità che l’infezione avesse avuto un’origine diversa da quella nosocomiale. Secondo la Cassazione, infatti, deve darsi per accertata, anche se in via presuntiva, la dimostrazione da parte dei danneggiati che il contagio sia avvenuto in ospedale.

Il ragionamento logico-giuridico seguito anche dal Tribunale (primo grado) ha preso le mosse dalla qualificazione giuridica della responsabilità del personale medico e per esso della struttura sanitaria, che ha definito come contrattuale, in conformità alla pacifica giurisprudenza della Corte di Cassazione ( Cass. 577/2008) e lo ha riqualificato come un autonomo ed atipico contratto a prestazioni corrispettive , al quale si applicano le regole ordinarie sull'inadempimento fissate dall'art. 1218 c.c..

Quanto all’onere probatorio, il Tribunale ha correttamente osservato che il paziente deve allegare l’esistenza del rapporto (generato da un semplice contatto con la struttura) e l’inadempimento qualificato dell’ospedale. Nonché provare il nesso di causalità fra l'azione o l'omissione del sanitario e l'evento indesiderato (e cioè l’aggravamento dello stato di salute o la comparsa di patologia o l’assenza del miglioramento atteso).

La struttura sanitaria, per andare esente da responsabilità dovrà provare che nessuna imprudenza o imperizia sia riferibile al proprio operato (in via diretta, o per effetto dell’attività dei soggetti dei quali debba rispondere), oppure che l’inadempimento o il ritardo sia stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lei non imputabile, ovvero che la prestazione implicava la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà.

Qualora tale onere probatorio non sia assolto in modo idoneo, l’inesatto adempimento della prestazione del sanitario va posto a suo carico con conseguente accoglimento della domanda risarcitoria per responsabilità contrattuale, come esattamente accaduto nella fattispecie con motivazioni convincenti.

Contatta lo studio legale al n. 0915557207

Nesso causale - Responsabilità medica infezione ospedaliera (es. Sepsi da Klebsiella, Stafilococco aure, Acinetobacter Baumani)

Il riconoscimento della responsabilità medica da infezione ospedaliera, per aver omesso (tenuto conto dei protocolli e delle linee guida esistenti) di aver adeguatamente gestito il paziente ai fini della prevenzione dell'infezione batterica ospedaliera è derivata dal seguente ragionamento logico:

1-la dimostrazione dell'insussistenza dell'infezione alla data del ricovero;

2-il sopraggiungere dei sintomi da infezione batterica dopo circa un mese dall'intervento in costanza di degenza;

3-la diagnosi di deiscenza della ferita sternale e la comparsa della ferita sacrale;

4-l'accertata causazione del danno ad opera di un agente patogeno molto aggressivo e particolarmente diffuso in ambito ospedaliero (batterio);

5-la mancata dimostrazione ad opera della struttura sanitaria di aver adottato tutte le dovute precauzioni per evitare l'evento dannos;

Recentemente la Suprema Corte ( Cass. n. 17696 del 25 agosto 2020) , in tema di responsabilità della struttura ospedaliera, in relazione al decesso di una paziente avente come causa finale uno shock settico, ha affermato che l’evento non avrebbe avuto inizio se non ci fosse stata un’infezione da Acinetobacter (frequente origine nosocomiale e particolare resistenza di questo batterio agli antibiotici) inclusa espressamente dalla stessa c.t.u. “tra le concause della morte” della paziente perché produttrice di shock settico: in mancanza dell’infezione originaria, la sopravvivenza della paziente agli esiti dell’intervento sarebbe stata “più probabile che non”.

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 Di quanto può essere un risarcimento di infezione nosocomiale?

Nel caso di specie il Tribunale e la Corte di Appello di Palermo hanno fatto riferimento alla tabella del Tribunale di Milano, "Tabella per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione all'integrità psicofisica".

Ad esempio le tabelle prevedono a favore dei figli, per il caso di morte del genitore, un valore che va da un minimo di euro 163.990,00 ad un massimo di euro 327.990,00 (danno iure proprio) A tale somma dovrà aggiungersi il danno da iure hereditatis, ovvero il danno patito dalla vittima prima della morte.

Avv. Giuseppe Maniglia - 0915557207

https://tribunale-palermo.giustizia.it/

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29Agosto

Assegno di mantenimento divorzile al coniuge | Presupposti e calcolo

Assegno divorzile: i presupposti stabiliti dalla Cassazione a Sezioni Unite e il superamento del tenore di vita.

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Assegno di mantenimento divorzile al coniuge – Presupposti: a chi e quanto spetta.

L’assegno divorzile può essere definito con un trattamento economico periodico corrisposto dall’ex coniuge in favore dell’altro a seguito della pronuncia della sentenza di divorzio (scioglimento o cessazione effetti civili del matrimonio), da tempo legato al tenore di vita dei coniugi in costanza di matrimonio.

Sui presupposti e sui criteri di calcolo dell'assegno divorzile vi è stato nel corso degli anni un ampio dibattito in giurisprudenza, con numerose novità, in ultimo culminato con una recente sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione (n. 18287 del 2018).

Ma prima di affrontare le novità stablite dalla Cassazione, vediamo cosa dice la legge circa i presupposti e il calcolo dell’assegno divorzile, essendo il punto di partenza dell’avvocato che si occupa di divorzi.

A disciplinare il diritto all’assegno di mantenimento divorzile in favore di uno dei coniugi è l’art. 5, comma 6 della Legge sul divorzio (Legge 898 del 1970 con le modifiche introdotte con la legge n. 74 del 1987).

Il Tribunale, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (c.d. sentenza di divorzio), può disporre per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno (c.d. divorzile), “quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Assegno divorzile che può venire meno anche nel caso di nuova convivenza more uxorio dell’avente diritto.

Salvo casi particolari stabiliti dalla legge, presupposto di una sentenza di divorzio è che vi sia stata pronuncia, passata in giudicato, di sentenza di separazione in caso di separazione giudiziale (o l’omologa della separazione nel caso di separazione consensuale).

Grazie alla riforma del c.d. Divorzio breve ciascun coniuge può chiedere la pronuncia di una sentenza di divorzio decorsi 6 mesi (in caso di separazione consensuale) o 1 anno (nel caso di separazione giudiziale) dalla comparizione dei coniugi innanzi il Presidente del Tribunale nel giudizio di separazione personale.

Il Giudice, nel decidere quanto e a chi spetta l’assegno di mantenimento divozile, deve tenere conto “delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio”.

La natura dell’assegno di mantenimento a seguito del divorzio (c.d. assegno divorzile).

Secondo la giurisprudenza di legittimità all'assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa.

Il suo riconoscimento richiede l’accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi o comunque dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l'applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma. Occorre effettuare, quindi, una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali del marito e della moglie, in considerazione del contributo fornito dal richiedente l’assegno divorzile alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all'età dell'avente diritto al trattamento economico.

Assegno di mantenimento divorzile – Evoluzione giurisprudenziale.

Un primo orientamento della Corte di Cassazione, solo di recente valutata criticamente, cristallizzato nella sentenza delle Sezioni Unite n. 11490 del 1990, rischiava di creare rendite di posizione (soprattutto in favore della moglie) indipendentemente dal contributo personale dell'ex coniuge richiedente l'assegno alla formazione del patrimonio comune o dell'altro ex coniuge, effettuando solamente una comparazione delle condizioni economico-patrimoniale dei coniugi.

Questo orientamento, infatti, legava il riconoscimento dell’assegno di mantenimento divorzile prevalentemente tenore di vita goduto durante il matrimonio dal marito e dalla moglie.

È nata, pertanto, l’esigenza, di interpretare l'art. 5 della legge sul divorzio in maniera più coerente con il quadro costituzionale di riferimento costituito, dagli artt. 2, 3 e 29 della Costituzione (sul punto anche la sentenza Corte Cost. n. 11 del 2015).

Presupposti e calcolo dell’assegno di mantenimento divorzile - La pronuncia della Cassazione Sezioni Unite, sentenza 11 luglio 2018, n. 18287.

L'art. 5 c. 6 attribuisce all'assegno di divorzio una funzione assistenziale, riconoscendo all'ex coniuge il diritto all'assegno di divorzio quando non abbia mezzi "adeguati" e non possa procurarseli per ragioni obiettive.

Il Giudice è, quindi, chiamato ad una valutazione concreta ed effettiva dell'adeguatezza dei mezzi e dell'incapacità di procurarseli per ragioni oggettive fondata in primo luogo sulle condizioni economico-patrimoniali dei coniugi.

Tale verifica è da collegare alla valutazione degli altri indicatori contenuti nella prima parte dell'art. 5, comma 6, al fine di accertare se l'eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all'atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio da moglie e marito, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti.

Assume, pertanto, fattore determinante la valutazione del contributo di ciascun coniuge (sia esso il marito o la moglie) alla formazione del patrimonio comune della coppia e/o del patrimonio dell'altro coniuge, oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali del coniuge che richiede l’assegno di mantenimento divorzile, anche in relazione all'età del coniuge richiedente ed alla conformazione del mercato del lavoro.

Per quanto premesso, analizzare i presupposti ed effettuare un calcolo dell’assegno di mantenimento divorzile, cioè capire concretamente quanto spetta all’ex coniuge, non è semplice, occorrendo un’analisi anche storica dell’evoluzione reddituale dei coniugi (si veda es. casalinga che ha sacrificato il lavoro per dedicarsi alla famiglia e ai figli).

Avv. Giuseppe Maniglia - legalemaniglia@gmail.com

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Fonti:

Legge 898/70 (c.d. Legge sul divorzio)

Sentenza Corte Costituzionale n. 11 del 2015

 

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10Aprile

LA NUOVA CONVIVENZA MORE UXORIO FA DECADERE L’ASSEGNO DIVORZILE - IL PUNTO DELLA CASSAZIONE.

Nuova convivenza more uxorio - Famiglia di fatto. Revoca dell’assegno di mantenimento mediante l’assegno divorzile.

assegno divorzile nuova convivenza more uxorio

Revoca dell’assegno divorzile e convivenza more uxorio (famiglia di fatto)

Secondo la Cassazione l'instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova relazione famigliare, ancorché di fatto, ovvero una convivenza more uxorio, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell'assegno di mantenimento divorzile stabilito in sede di divorzio a carico dell'altro coniuge e ciò a prescindere se questo avvenga nella casa coniugale o meno.

L'onerato può, quindi, ottenere la revoca dell'assegno divorzile nel caso di convivenza more uxorio dell'ex coniuge.

Revoca assegno divorzile convivenza more uxorio | I principi della Cassazione

Infatti, la formazione di una famiglia di fatto (convivenza more uxorio) – costituzionalmente tutelata ai sensi dell'art. 2 Cost. come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell'individuo – è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l'assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto post coniugale e, quindi, esclude ogni residua solidarietà post-matrimoniale con l'altro coniuge, il quale non può che confidare nell'esonero definitivo da ogni assegno di mantenimento attraverso l’assegno divorzile (Cass. n. 02466/2016).

Sul punto la stessa pronuncia richiama una precedente sentenza su una causa di divorzio (Cass. Civile Sent. Sez. 1 Num. 6855 Anno 2015) che aveva delineato in contorni della famiglia di fatto.

Il caso riguarda la corresponsione di un assegno divorzile periodico, diversamente al caso di riconoscimento di un assegno divorzile una tantum.

Contatta un avvocato divorzista al 3384741345.

 

Revoca assegno divorzile e significato di nuova convivenza more uxorio ed effetti sul mantenimento.

Il significato della convivenza more uxorio è strettamente legata al concetto di famiglia di fatto.

Secondo la dottrina la famiglia di fatto è quella costituita da persone che, pur non essendo legate tra di loro dal matrimonio, convivono come se fossero coniugati (more uxorio), insieme agli eventuali figli nati dalla loro unione.

Da questa unione occorre distinguere le mere convivenze occasionali e le coabitazioni aventi diversa natura, quali ad es. le convivenze tra parenti e amici (Torrente, Manuale di diritto privato, Giuffrè editore).

Per cui affinché si possa parlare di famiglia di fatto non è sufficiente la mera coabitazione, dovendosi fare riferimento ad una situazione sociale di natura affettiva, che abbia i caratteri di una certa stabilità e che si esplichi in una comunanza di vita e di interessi e nella reciproca assistenza morale e materiale (Cass. 08 agosto 2003, n. 11975)

 

L'espressione "famiglia di fatto" non consiste soltanto nel convivere come coniugi (convivenza more uxorio), ma indica prima di tutto una "famiglia", portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli.

In tal senso, si rinviene, seppur indirettamente, nella stessa Carta Costituzionale, una possibile garanzia per la famiglia di fatto, quale formazione sociale in cui si svolge la personalità dell'individuo, ai sensi dell'art. 2 Cost.

 

Ove tale convivenza assuma dunque i connotati di stabilità e continuità, e i conviventi elaborino un progetto ed un modello di vita in comune (analogo a quello che di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio) la mera convivenza si trasforma in una vera e propria "famiglia di fatto".

A questo punto viene meno l’obbligo al mantenimento attraverso l’assegno divorzile al coniuge che decide di vivere more uxorio con un nuovo partner e con conseguente richiesta di revoca dell'assegno divorzile già concesso.

Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile.

Contatta un avvocato divorzista a Palermo al 3384741345.

 

Scopri di quale tutela gode il convivente tutela possessoria more uxorio all'interno della casa coniugale.

Giuseppe Maniglia - Avvocato divorzista Palermo

Riferimenti: Cassazione n. 6855/2015Art. 2 Costituzione

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