Diritto Civile

03Settembre

Tutela della Privacy: Il datore di lavoro non può diffondere la notizia che il lavoratore è assente per malattia, anche se omette di specificare di quale malattia si tratta.

Corte di Cassazione, sentenza n.18980 del 01.08.2013. Tutela della privacy del lavoratore dipendente – Tutela dati personali sensibili.

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PRIVACY: DEFINIZIONE E SIGNIFICATO

Il dizionario della lingua italiana definisce il termine privacy (prununcia: prìvasi) come "l'ambito... circoscritto, esclusivo ed inviolabile, della vita privata dell'individuo e della famiglia"(*). Da un punto di vista giuridico, il diritto alla riservatezza o alla privacy trova fondamento nell'art. 2 della Costituzione, ove si riconosce che la Repubblica s'impegna a garantire "i diritti inviolabili dell'uomo".

Il diritto alla riservatezza è stato, pertanto, definito come "il diritto di escludere ogni invadenza estranea nella sfera della propria intimità personale e familiare" (Torrente A., Schlesinger P., Manuale di diritto privato. Giuffrè editore).

Con l'avvento dell'era di internet e dei social networks (facebook, Twitter, Google+, etc...), la tutella della privacy ha assunto un carattere di primaria importanza, divenendo un'esigenza irrinunciabile della nostra società garantire sia un ampio campo di prevenzione delle violazioni, sia permettere l'applicazione di sanzioni efficaci che abbiano nel contempo un carattere risarcitorio, riparatorio e deterrente. Grazie a Facebook ad esempio permettiamo un uso (rectius, trattamento) quotidiano dei nostri dati personali, a volte anche sensibili (es. notizie riguardanti la salute, l'appartenenza politica, l'orientamento sessuale).

Nell'articolo odierno tratteremo un caso di violazione del diritto alla riservatezza a discapito di un lavoratore dipendente di un ente pubblico, sfociato nelle aule dei Tribunali sino alla Corte di Cassazione. 

TUTELA DELLA PRIVACY DEL LAVORATORE: DATI SENSIBILI

Il datore di lavoro non può diffondere la notizia che il lavoratore è assente per malattia, anche se omette di specificare di quale malattia è affetto.
A giudizio della Cassazione una tale condotta costituisce diffusione di dati personali sensibili, ai sensi del D.lgs. n. 196 del 2003, in quanto attinente alla salute del soggetto (lavoratore) cui l’informazione si riferisce e viola le regole espressamente stabilite dall’art. 22 del predetto Decreto.

Forme di tutela della Privacy del lavoratoreTutela dei dati personali sensibili.
Il lavoratore può agire in giudizio rivolgendosi ad un avvocato del lavoro e chiedere la cancellazione dei dati personali sensibili e il risarcimento dei danni ai sensi dell’art.152, d.lgs. n. 196 del 2003.

 

IL CASO: VIOLAZIONE DELLA PRIVACY DEL LAVORATORE

L’amministrazione di un Comune pubblicava nell’albo pretorio lo stato di malattia di un proprio dipendente, nonché il fatto che lo stesso avesse proposto un’azione giudiziaria per mobbing all’Ente comunale.

IL RAGIONAMENTO DELLA CORTE: DATI SENSIBILI E PRIVACY DEL LAVORATORE

È da notare, infatti, che l’informazione che il lavoratore è assente per malattia, pur non facendo riferimento a specifiche patologie, è in ogni caso idonea a rivelare lo stato di salute dell’interessato e dà luogo ad un trattamento di dati personali sensibili, considerato che la salute “è definibile come stato di benessere fisico e psichico dell’organismo umano, in quanto esente da malattie”. (Sul punto, Garante Privacy: Linee guida in materia di trattamento di dati personali di lavoratori per finalità di gestione del rapporto di lavoro in ambito pubblico - 14.06.2007).
Anche diffondere la notizia di un’azione giudiziaria per mobbing costituisce un illecito trattamento dei dati personali sensibili del lavoratore, poiché la condotta di mobbing del datore di lavoro presuppone una lesione dello stato di salute del lavoratore. Ne consegue che diffondere la notizia che il lavoratore ha intentato un’azione giudiziaria per mobbing all’Ente comunale, equivale -  comunque - a diffondere la notizia dello stato di malattia dello stesso lavoratore, con violazione della sua privacy.

Inoltre, considerata la diffusione nell’albo pretorio on-line, l’Ente comunale avrebbe dovuto rispettare il criterio della correttezza, della pertinenza e della continenza rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti i dati.
La Cassazione ha già, peraltro, avuto modo di affermare che  “la pubblica amministrazione commette illecito se effettua il trattamento di un dato che risulti eccedente le finalità pubbliche da soddisfare”(Sentenza n. 2034 del 2012).

Avv. Giuseppe Maniglia - legalemaniglia@gmail.com



*(Devoto G., Oli G.C., Dizionario della lingua italiana. Le Monnier, Firenze)

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03Giugno

Risarcimento del Danno da “FERMO TECNICO”.

Danno da fermo tecnico: possibile quantificazione equitativa del danno anche in assenza di prova specifica.

Cos’è il danno da fermo tecnico dell’auto a causa di un sinistro stradale? Ecco la definizione.

Il danno da fermo tecnico può essere definito come il danno economico subìto dal proprietario del veicolo (auto, camion, moto o altro mezzo) per l’indisponibilità durante il periodo necessario alla sua riparazione, ovvero per la forzata inutilizzabilità.
La quantificazione del risarcimento da fermo tecnico può variare, appunto, in base all’entità del danno all’auto che incide direttamente sui tempi tecnici per la riparazione.
Queste spese sono legate al fatto che il proprietario del veicolo, durante il fermo tecnico obbligato, non sfrutta appieno le spese sostenute per la gestione dell’auto (es. tassa di possesso, premio assicurazione, etc…).

A queste spese potranno sommarsi dei costi ulteriori, dovuti ad esempio al noleggio di un veicolo sostitutivo (soprattutto se necessario per la propria attività lavorativa), all'uso di mezzi pubblici o (sporadicamente) del taxi.

Calcolo del risarcimento del danno da fermo tecnico

La quantificazione del danno da fermo tecnico è stata spesso motivo di dibattito in sede di richiesta di risarcimento danni da sinistro stradale, con riguardo – soprattutto – alla sua prova in sede stragiudiziale e giudiziale.
Proprio con riguardo alla quantificazione e all'attestazione del danno per la sosta obbligatoria, alcune pronunce della Cassazione hanno ritenuto necessario un’esplicita prova in merito alla necessità del proprietario dell’auto di servirsi del mezzo durante la sua riparazione e all’impossibilità di procurarsi un mezzo alternativo senza alcun costo.

Altre sentenze, invece, hanno ritenuto possibile un risarcimento del danno da fermo tecnico in via equitativa.

Danno da fermo tecnico: la prova in via equitativa o in concreto?

Per un periodo si è visto affermarsi presso la Corte di legittimità l'orientamento (vedi Cassazione. civile, sez. III, Sentenza n. 6907 del 2012) che riteneva possibile "la liquidazione equitativa del danno (da fermo tecnico, ndr) anche in assenza di prova specifica, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato. L’autoveicolo è, difatti, anche durante la sosta forzata, fonte di spesa (tassa di circolazione, premio di assicurazione) comunque sopportata dal proprietario, ed è altresì soggetto a un naturale deprezzamento di valore (Cassazione. 9 novembre 2006, n. 23916; Cassazione, 27 gennaio 2010, n. 1688).”

Tuttavia più recentemente la Corte ha avuto modo di statuire che "il danno da fermo tecnico di veicolo incidentato deve essere allegato e dimostrato e la relativa prova non può avere ad oggetto la mera indisponibilità del veicolo, ma deve sostanziarsi nella dimostrazione o della spesa sostenuta per procacciarsi un mezzo sostitutivo, ovvero della perdita subita per la rinuncia forzata ai proventi ricavabili dall'uso del mezzo" (sentenza n. 20620 del 14/10/2015 richiamata da sentenza n. 9651 del 11/05/2016); il danno da fermo tecnico non è risarcibile neanche in via equitativa ove la parte non abbia provato di aver sostenuto di oneri e spese per procurarsi un veicolo sostitutivo, nè abbia fornito elementi (quali i costi assicurativi o la tassa di circolazione) idonei a determinare la misura del pregiudizio subito  (ordinanza n. 15089 del 17/07/2015)

Avv. Giuseppe Maniglia - Risarcimento del danno da "Fermo Tecnico"

Collegamenti esterni: Corte di Cassazione, sentenza 9651/2016.

Leggi anche:

- Risarcimento sinistro stradale causato da una buca sulla strada.

- Separazione e affido condiviso dei figli.

 

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10Luglio

Il ristoratore non ha l’obbligo di sorveglianza del parco giochi all’interno del ristorante

INCIDENTE PARCO GIOCHI - RISARCIMENTO DANNI - RESPONSABILITA' GENITORI

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Il proprietario di un locale (es. ristorante), ove insista anche un’area adibita a parco giochi non risponde in caso degli incidenti da parte dei soggetti che ne usufruiscono (es. caduta bambini), solo se la struttura sia stata costruita e mantenuta a regola d’arte.

La responsabilità sui minori è, pertanto, a carico dei genitori che ne devono sorvegliare il comportamento.

IL CASO: RISARCIMENTO PARCO GIOCHI
Un minorenne, a causa di una caduta verificatesi mentre era su una sedia a dondolo in un parco giochi di un ristorante, subiva delle lesioni. A seguito di ciò, i genitori, citavano in giudizio il proprietario del ristorante, chiedendo il risarcimento dei danni patiti dal figlio, ritenendo che il ristoratore avrebbe dovuto sorvegliare sul parco giochi affinché non si verificassero degli incidenti.
I Giudici di merito accoglievano parzialmente la richiesta dei genitori del danneggiato, ritenendo il ristoratore tenuto al risarcimento in ragione del 20% alla causazione dell’evento e per il restante 80% dichiaravano responsabile il minorenne.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE
I Giudici della Corte di Cassazione riformavano il giudizio, affermando che “la messa a disposizione di un parco giochi a perfetta regola d’arte da parte di un titolare di un ristorante non determina a carico di costui alcun obbligo di sorveglianza dei minori intenti all’uso delle relative attrezzature.”
“La messa a disposizione del parco-giochi da parte del titolare dell'esercizio commerciale non comporta l'assunzione di obbligazioni diverse e ulteriori rispetto a quelle assunte con il contratto di ristorazione e, in specie, non determina alcuno specifico obbligo di vigilare sull'attività di svago dei minori che si accompagnano ai clienti”(salvo l'ipotesi che sia fornito anche un apposito servizio di baby sitter).
Tra l’altro il ristoratore aveva affisso un regolamento d'uso delle attrezzature del parco, riservandone l'uso ai minori dai 5 ai 12 anni esclusivamente sotto la diretta sorveglianza dei genitori.
La responsabilità ricade, pertanto, sui genitori che - nel caso di specie - avrebbero dovuto sorvegliare il proprio figlio.
L'obbligo del ristoratore è, invece, quello di garantire il buono stato d'uso delle attrezzature (che nel caso deciso dai Giudici non era in discussione).

Avv. Giuseppe Maniglia

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